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Titti e Tina

Erano della stessa cucciolata. Figlie di Beautiful, una persiana bellissima anni ’60 (cioè senza muso piatto) che appariva talvolta al tramonto sul prato di fronte casa, ma non si fermava mai abbastanza da farsi carezzare, non chiedeva cibo, apparteneva forse a qualche villa adiacente, ma non si seppe mai quale.
Bene, Beautiful venne a partorire al di là del cancello ocra di una villa della stradina 8-15. Mia figlia e le sue amiche la adottarono o meglio, adottarono i suoi figli. Due di questa cucciolata erano appunto Titti e Tina che, allorché Beautiful si volatilizzò, rimasero intorno a casa e, talvolta, furono accolte anche dentro.
Erano sorelle e si vedeva, non dal mantello ma dal comportamento complice e affettuoso.
Titti era chiara, bianca sul muso e con un ampia pettorina bianca, il resto del mantello era grigio tigrato in modo incerto e confuso. Il suo punto di forza erano gli occhi: grandi, immensi, di un verde metallico, cangianti.
Quegli occhi mi guardavano spesso con un senso di attesa. C’era una domanda in quegli occhi, e non so se io ho saputo raccoglierla.
Venne il giorno in cui mio marito uscì da casa con i due trasportini. Portava Titti e Tina dal veterinario per fare l’operazione. Avranno avuto quattro mesi, il dottore diceva che era il momento giusto per intervenire. Bisognava evitare che restassero incinte, non avevamo scelta.
La sera tornarono un po’ stordite. Furono ospitate dentro casa, al piano di sotto, mentre di solito vivevano fuori in giardino, nel patio, nei numerosi rifugi delle case di campagna.
Dopo un paio di giorni Tina saltava di nuovo da tutte le parti, mangiava con gusto, era tornata quella di sempre.
Titti invece no. Restava accucciata con gli occhi tristi e il naso che bruciava, segno di febbre. Gliela misurai e aveva 40, che per i gatti credo sia meno grave che per noi, comunque fu riportata dal veterinario che la tenne qualche giorno e la restituì dicendo che era guarita.
Ma non era vero. Non si riprese più e io non facevo che chiedermi cosa fosse andato storto in un’operazione tanto semplice. Forse per i gatti la sterilizzazione non è poi così semplice?
Dovetti farle iniezioni e praticamente imboccarla per un lungo periodo. Le davo anche diversi farmaci per bocca: era una fantastica paziente, sembrava capire che ce la mettevo tutta per farla star bene, forse capiva anche che mi sentivo in colpa, perché prima dell’operazione stava benissimo e, in sostanza, stava soffrendo a causa delle nostre decisioni di sterilizzare i numerosi gatti che venivano da noi e che nutrivamo. So che non avevamo scelta, dovevamo sterilizzarli, ma lei stava tanto bene prima e adesso, invece, si vedeva che soffriva.
Tina ci lasciò di stucco. Era una gattina felix classica, cioè bianca e nera con la mascherina nera sugli occhi. Si fece carico della sorella in modo commovente. Non l’abbandonava mai, la leccava e vigilava su di lei notte e giorno.
Titti sembrava ricordare quanto l’avevo curata. Appena mi vedeva seduta mi saltava in braccio, mi guardava con quegli occhi sempre più grandi, sempre più verdi, e faceva le fusa. Aveva recuperato la salute, ma non completamente le forze. Restava fragile, lenta, delicata, non pesava nulla e cresceva meno dei fratelli, meno di Tina che cresceva potente e muscolosa, una gatta robusta.
Titti morì una notte all’improvviso, in un’estate caldissima, vinta da quella debolezza che la prostrava da tempo. Tina le rimase accanto fino alla fine, anche quando il corpicino restò privo di vita accanto alla ciotola dell’acqua, a due passi dall’aiuola delle rose.
Tina fu scontrosa e triste per almeno un anno. Poi divenne sempre più affettuosa: cercava di stare in casa il più possibile, aveva scelto una precisa poltrona come rifugio e si infilava in macchina ogni volta che aprivamo la portiera (una volta credo di essermela portata in città, al lavoro, nascosta nel portabagagli).
Tina visse molto più della sorella, almeno una decina d’anni. Sembrava una gatta indistruttibile, perché aveva appreso tutti i segreti della sopravvivenza in un territorio come quello dove vivo io. Il ciclo delle stagioni sapeva come affrontarlo: sotto la bouganville esposta a sud arrampicata sul muretto di tufo caldo, d’inverno, e sotto il lauro e l’edera del lato nord del giardino, d’estate.
Dei maschi non aveva paura. Li affrontava decisa e non si faceva mettere sotto. Delle femmine era la più grande, si faceva obbedire e trattare con rispetto. Gli adulti la coccolavano: alcuni nostri amici erano ciclicamente tentati di adottarla. Io ci speravo, perché aveva diritto a una casa sicura, a un caminetto acceso. Quel caminetto che io non potevo garantirle perché avevamo fissato il numero di gatti “interni” a tre e non era sostenibile introdurne un quarto, un quinto e via dicendo.
Tina se ne andò una mattina all’ora di punta. Quando la gente va al lavoro, e magari è in ritardo, guida con meno cautela, non si ferma a controllare se i soliti gatti che stazionano nei soliti posti sono tutti al sicuro. Forse fu lei disattenta, forse fu il nostro vicino ad essere distratto o troppo veloce. Fatto sta che lei attraversò la strada nel momento sbagliato.
Eppure in quella strada c’era nata e ne conosceva orari, odori e sapori.
Tina, l’infermiera di sua sorella, non soffrì perché morì sul colpo. Ma spesso mi sembra di vederla, sul muro di cinta, pronta a balzare nel portabagagli della macchina. So comunque che non è sola: ha ritrovato la sorellina più fragile e ora sono di nuovo una coppia solidale e incantevole.

admin

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